MA GLI "EMERGENTI" ESISTONO ANCORA? (E, SE SI, DOVE TROVARLI...)

Erano bei tempi quelli dei BRICS! Erano i tempi d'oro degli anni duemila, ed eravamo tutti quanti a pronosticare le magnifiche sorti economiche di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica...

Questa lista, e questa sigla, venne infatti compilata per la prima volta da un economista di Goldman Sachs nel novembre 2001, e da quel momento divenne quasi un "mantra" in finanza, usato per identificare straordinarie opportunità di guadagni futuri legati alla crescita di questi Paesi.

Ma, a distanza di quasi un ventennio, che cosa è successo veramente? Tutti quanti i BRICS hanno davvero mantenuto le promesse?

I numeri parlano subito chiaro: da questo lungo periodo solo Cina e India escono più che vincenti, e sfoderano un prodotto interno medio annuo che sta fra il 7% e l'8%, mentre molto distanziati, a meno del 3% o addirittura sotto il 2%, troviamo Russia, Sudafrica e Brasile. (nota di colore e di raffronto impietoso: comunque sempre meglio del nostro 0,3% italiano!)

Per cui resta ancora molto da far emergere e, proprio da questa considerazione, nasce la domanda e la voglia di individuare, magari in qualche altra area del mondo, quelli che saranno i protagonisti della super-crescita di domani, ragionando anche sul fatto che, di questi magnifici cinque emergenti, due di sicuro non lo sono più e gli altri, forse, non lo sono mai stati.

Per questo motivo si sono cimentati nella ricerca, complici i rallentamenti di cui sopra, analisti e gestori di quasi tutte le Case di Gestione, facilitati anche dalle nuove connessioni globali, che rendono fruibili con un click e senza spostamenti i dati e gli andamenti di qualsiasi economia domestica. E con la scoperta di nuovi Paesi, chiamati anche mercati di frontiera, sono arrivati anche i nuovi acronimi.

N-11 è stato sicuramente quello più gettonato; coniato proprio già nel lontano 2011 dallo scopritore dei Brics, con il termine prossimi undici (Next-11) vennero identificati undici paesi: Bangladesh, Egitto, Indonesia, Iran, Messico, Nigeria, Pakistan, Filippine, Turchia, Corea del Sud e Vietnam. Con l'occasione proprio Goldman Sachs istituì un fondo di investimento così chiamato registrandone addirittura il marchio: il fondo ha fatto il suo (straordinario) dovere di performance fino all'ottobre del 2020, quando, un pò a sorpresa, è stato fatto confluire nel più ampio universo degli Emergenti Globali.

M.I.N.T. è la "spremuta" degli N-11, ottenuta selezionando solo Messico, Indonesia, Nigeria e Turchia. Questi Paesi sono stati spesso sottovalutati dagli investitori, poco compresi e severamente penalizzati a causa del loro scarso peso all’interno degli indici globali delle economie, o, per alcuni, del loro rischio anche "politico". Dobbiamo però rilevare che in media registrano la crescita più elevata a livello mondiale, grazie soprattutto a una popolazione giovane, numerosa e in rapida crescita. Infatti, statisticamente, la crescita economica tende ad accelerare al superamento di certe soglie di reddito pro capite, come i 1.000 e i 2.000 dollari, Considerando che questi stati hanno superato la soglia dei 1.000 dollari pro capite solo nell’ultimo decennio, è lecito aspettarsi che seguiranno il sentiero tracciato dagli emergenti anni fa, e che siano quindi in grado di garantire una crescita superiore. Le classi medie in espansione e il crescente predominio di marchi concentrati sui mercati locali dovrebbero alimentare i rendimenti di lungo periodo delle azioni delle migliori società di prodotti di consumo.

Ad esempio la Nigeria è tra i paesi attualmente più sottovalutati nell’universo dei mercati di frontiera ma è anche  è quello che ha attraversato i cambiamenti più significativi negli ultimi anni. Sta vivendo da tempo un periodo difficile, complice un basso prezzo del petrolio (la Nigeria è il tredicesimo esportatore mondiale, il Messico il dodicesimo) ma il potenziale per una crescita economica è grande, considerando anche le stime di crescita della popolazione. Se tutta l'Africa sub-sahariana, entro il 2100, triplicherà di dimensioni fino a raggiungere circa tre miliardi di persone, la sola Nigeria si espanderà a quasi 800 milioni, seconda solo agli 1,1 miliardi dell'India e nel 2050 un bambino su 13 sarà nigeriano. E più bambini, in economia, significa più consumi...

I rischi 

Nell’ultimo decennio i mercati emergenti sono riusciti ad avere rendimenti positivi per gli investitori, sia da un punto di vista azionario che obbligazionario. Però la loro crescita è risultata distante da quella avuta nei 10 anni precedenti. Un dato che risale alla fine del 2019 indica che mentre in questo periodo l’S&P 500 è più che triplicato, i mercati emergenti si sono resi protagonisti di una consistente sottoperformance.

Il calo di prezzo di molte materie prime (complice la transizione energetica in atto), il rallentamento fisiologico dell'economia cinese, che funziona un pò da traino per molti di questi paesi, e la debolezza delle esportazioni causate dalle guerre commerciali e dai dazi incrociati, hanno provocato un rallentamento mettendo a dura prova alcune di queste economie, e non è detto che questa situazione si sblocchi immediatamente: ad esempio la nuova amministrazione Biden a dispetto delle promesse elettorali, per sostenere la ripresa Usa post-pandemia potrebbe proseguire le politiche protezioniste del suo predecessore.

Esiste inoltre un altro fattore critico che da sempre accompagna l'universo dei piccoli paesi di frontiera ed è l'instabilità politica: nell’attuale contesto internazionale anche questa valutazione è imprescindibile in quanto le tensioni sociali ed i conflitti interni, gli scandali legati alla corruzione, e in generale qualsiaisi deterioramento delle governance democratiche (un esempio: il Venezuela) impattano direttamente sul ciclo economico e sulla fiducia riposta in questi stati dagli investitori internazionali e dalle società di rating.

Le opportunità

Chi gestisce il denaro professionalmente non si ferma ai titoli di testa e le cattive notizie di oggi possono rappresentare le buone notizie di domani, soprattutto se l'approccio, da sempre consigliato nelle categorie considerate più volatili, è quello di un investimento più contentuto e a lungo termine. Si stima che attualmente l'universo dei mercati di frontiera raccolga un centesimo di quello che è invece destinato ai classici (ex) emergenti.

Le tesi a favore delle allocazioni a lungo termine e frazionate sono ormai ben conosciute e la la possibilità di essere esposti a economie in cui il Pil cresce più rapidamente che nei mercati sviluppati, ma con sbalzi molto più pronunciati, impone metodo e disciplina. Alla luce della sottovalutazione di cui abbiamo parlato gli investitori che operano su orizzonti temporali un po’ più lunghi hanno al momento una finestra di opportunità per sfruttare questo potenziale di lungo periodo.

inoltre molti mercati di frontiera hanno una correlazione molto bassa tra loro e con i paesi emergenti e sviluppati. Sono tanti e assai diversificati geograficamente con legami economici molto limitati tra loro in quanto trainati dalla crescita interna. Mentre i mercati sviluppati (Usa, Ue, Giappone) e quelli emergenti (l’Asia, con mercati come Cina, India e Corea rappresenta il 70% dell’indice Mercati Emergenti di riferimento) sono altamente concentrati, i mercati di frontiera sono sparsi in tutto il mondo: Vietnam, Bangladesh, Romania, Kuwait, Nigeria...hanno un’integrazione minima all’interno dei mercati globali e pochissime relazioni commerciali gli uni con gli altri.

Il "paradiso" dei gestori attivi 

Una delle parole chiave del mondo finanziario, ormai diventate di uso comune, è senza dubbio il "benchmark", l'indice finanziario costituito dai titoli che appresentano il mercato di riferimento.

Lo scopo dei gestori professionali attivi, è quello di ottenere una performance migliore rispetto a quella del benchmark. Chi si occupa di scegliere i titoli ed i paesi che compongono il fondo, ha l’obiettivo di ottenere un extra rendimento; in gergo tecnico si dice “battere il mercato” o realizzare l’“alfa” di una gestione. Come abbiamo detto l’universo di frontiera è un calderone in cui troviamo mercati dissimili e con caratteristiche peculiari, e per questo motivo conviene affidarsi a Case di Gestione che possono permettersi centri di analisi in tutte le parti del mondo e a diretto contatto anche con le piccole società che operano in loco, garantendo perciò il supporto tecnico alle scelte "attive" che il gestore poi mette in atto.

In altre parole, il "fai da te", soprattutto nei Frontier Markets è altamente sconsigliato; oltre che assai costoso e di difficile attuazione, potrebbe rivelarsi anche molto più rischioso.

Argentina, vi dice qualcosa? Uomo avvisato...

 

 

 

 

 

 

 


Giuseppe Gentili - Personal Advisor

Dott. Giuseppe Gentili

Giuseppe Gentili è un Personal Advisor. Ha ottenuto la certificazione EFPA nel 2012 e dal 1999 è iscritto all'Albo Unico dei Consulenti Finanziari

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