FINANZA E SEMICONDUTTORI "CHIP TO CHIP": UN FLIRT VINCENTE!

Taiwan Semiconductor Manufacturing Company Limited, in breve TSMC, è quotata a New York, ed  è la più grande fabbrica indipendente di semiconduttori al mondo

Questo  colosso taiwanese, che copre quasi un terzo della produzione a livello mondiale, ha recentemente annunciato l' aumento dei prezzi fra il 10% ed il 20% con efficacia fra la fine del 2021 e l'inizio del 2022. 

Dieci anni fa il titolo quotava 12 dollari, oggi quasi 120...ma è tutto il settore di questi componenti che ha visto salire le valutazioni verso livelli estremi rispetto alle medie storiche. I "chip" (alla lettera, "frammenti") sono diventati sempre più costosi negli ultimi 10 anni, e se si considera che il rapporto tra prezzo e aspettative di utli (P/E) dei maggiori produttori è aumentato da meno di 2 durante la crisi finanziaria globale a più di 7 di oggi, ecco giustificato anche il rialzo delle valutazioni in borsa.

L'annuncio del futuro aumento dei prezzi ha rappresentato un duro colpo per i compratori, che vanno dalle industrie automobilistiche al comparto tecnologico, e che dovranno ora fare i conti non solo con le difficoltà di approvvigionamento ma anche con maggiori oneri di acquisto.

Anche per questo nel corso degli ultimi mesi abbiamo tutti sentito parlare della "crisi dei semiconduttori": una crisi che segnerà senza dubbio un profondo riassetto della produzione elettronica globale, per carenza di materia prima (il chip) a fronte di una esplosione della richiesta. Questi componenti infattI risultano fondamentali nell'economia dell'innovazione, tanto che in un recente rapporto firmato da Capital International Group sono stati definiti il “nuovo petrolio”, senza il quale la rivoluzione digitale in atto non potrà proseguire con lo stesso ritmo. Addirittura c'è chi considera questa scarsissima disponibilità come il primo vero shock di una offerta da diversi anni per cui il paragone con la crisi petrolifera degli anni 70, considerata l'importanza che i semiconduttori hanno nelle nostre vite, non appare così azzardato.

Ma c'è dell'altro: l' inasprimento dei rapporti commerciali fra Stati Uniti e Cina, le pressioni degli Usa su Taiwan e Corea del Sud (dove si producono oggi la maggior parte dei chip) e le conseguenti difficoltà dei produttori cinesi hanno fatto il resto. Il risultato: le aziende con catene di approvvigionamento snelle e flessibili sono riuscite ad accaparrarsi dai produttori asiatici quanti più chip possibili, in particolare proprio dalla taiwanese TSMC. Per tutti gli altri, soprattutto per le case automobilistiche, sono restate le briciole.

Le ripercussioni in Borsa

Un' auto moderna oggi ha circa tremila microchip che governano di tutto, dalla frenata al climatizzatore, dalla gestione del motore al movimento dei sedili. Ma questi componenti solo per una piccola percentuale vengono acquistati dal settore automotive mentre finiscono per oltre il 90 per cento dei casi nel settore dell'informatica e della telefonia. Ad esempio TSMC destina al mondo dei motori solo il 3% dei suoi chip.

Risultato: c’è chi rinuncia ai cruscotti digitali tornando a quelli analogici (come Stellantis), chi taglia l’orario di lavoro (come Mercedes) e chi, come Volkswagen, blocca proprio la produzione: 100.000 auto in meno nel 2021 e altrettante nel 2022. Clamorosa infine la decisione del gruppo Jaguar e Land Rover, in mano all’Indiana Tata, che ha rivisto al ribasso il numero di vetture in uscita dai suoi stabilimenti: meno 70 per cento solo nel Regno Unito. Anche Toyota ha rallentato la produzione e le vendite.

Per tutte le Case, ovvie le ripercussioni sulle vendite e sui risultati di bilancio. Senza entrare nel dettaglio di ogni quotazione, basterà analizzare l'andamento di un indice azionario specifico riferito al settore, lo STOXX Europe 600 Automobiles & Parts, che dai massimi di inizio giugno ad oggi segna un ribasso del 10%.

Guarda caso gli fa da contraltare un altro sotto-indice, riferito alle aziende che producono microchips: MVIS US Listed Semiconductor. Stesso periodo ma performance invertita: più 13%! Questo significa che gli analisti rilevano opportunità interessanti nelle società in grado di beneficiare dalla produzione di componenti necessari al Digital 4.0. In particolare le società esposte agli sviluppi nel 5G, all’ Internet of Things (IoT) e al campo dei dati e dell’intelligenza artificiale (AI) potrebbero offrire un potenziale di investimento da non sottovalutare.

Come finirà?

Prima ipotesi.  Elon Musk, ancora lui, ha la sua ricetta: aprire una fabbrica Tesla per produrre microchip e risolvere alla radice l'attuale carenza di questi fondamentali elementi per il mondo dell’auto. Un sogno secondo molti analisti, perché una fabbrica di semiconduttori all'avanguardia richiederebbe investimenti nell’ordine di 20 miliardi di dollari, senza contare che le complessità della gestione di tali impianti sono difficili da superare e che per portare a regime una nuova produzione, a seconda del prodotto finito, possono servire anni.

Seconda ipotesi. A medio termine gli esperti si aspettano che le catene di approvvigionamento si normalizzino e che i Paesi maggiormente dipendenti si organizzino per una ricollocazione geografica degli impianti, che ora si trovano quasi esclusivamente nell' area asiatica. Questo significherà anche strategia di "sicurezza nazionale". (Nello scorso mese di luglio rappresentanti del nostro Governo hanno incontrato i vertici di Intel che vuole aprire stabilimenti in Europa...).

Infine giova ricordare che questo boom della domanda è in grande parte attribuibile ai blocchi legati alla pandemia ed ai conseguenti cambiamenti della vita lavorativa che, lo speriamo tutti, non dureranno in eterno. Ironia della sorte, a lungo termine, la corsa alla produzione dei chip potrebbe anche portare a un eccesso di capacità globale.

Per cui ci ritorna utile il paragone con l'andamento del prezzo del petrolio, che ha segnatoi in parallelo l' ascesa e il declino della domanda del "fu" oro nero. Le aziende produttrici, come avvenne negli anni 70, potrebbero recuperare il gap che si è creato fra domanda e offerta di microprocessori, aumentando la produzione e stabilizzandone i prezzi fino a quando la tecnologia, che non dorme mai, non sarà in grado di trovarne un degno sostituto magari più ecologico (l'85% del gas serra prodotto dai cellulari proviene dal processo di estrazione dei metalli per realizzare le schede e i chip).

E allora, quel giorno, non servirà certo il Consulente Finanziario per consigliare cosa comprare e cosa vendere...

 

 


Giuseppe Gentili - Personal Advisor

Dott. Giuseppe Gentili

Giuseppe Gentili è un Personal Advisor. Ha ottenuto la certificazione EFPA nel 2012 e dal 1999 è iscritto all'Albo Unico dei Consulenti Finanziari

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