L'UNICORNO ESISTE DAVVERO? CERTAMENTE, MA SOLO IN FINANZA!

Mitologia e business

L’unicorno non è un animale realmente esistente ma è una figura ricorrente nella mitologia, rappresentato spesso con un corpo da cavallo (generalmente bianco), una coda simile a quella del leone e un caratteristico corno dritto piantato fronte. 

L’antica simbologia associa a questo animale favoloso svariate proprietà, facendo in modo che venga percepito come portatore di forza ed immaginazione, ma anche di buon auspicio, per cui in diverse culture è dunque piuttosto frequente che si regali come portafortuna un ciondolo o un soprammobile a forma di unicorno.

Inoltre negli ultimi anni grazie all’esplosione del filone “fantasy”, del quale questo animale è spesso protagonista, la moda, le Celebrities ed i social trend lo hanno trasformato in un vero e proprio business…con tanto di giornata mondiale (9 aprile).

 

Un altro business

Accade così che il fenomeno “unicorno” sia oggi declinato, sempre con significato positivo, anche in finanza, attraverso la definizione di “unicorn company”: questo termine è stato coniato nel 2013 da Aileen Lee, la fondatrice di Cowboy Ventures, un fondo di venture capital, per descrivere le startup innovative che, pur rimanendo in mani private e quindi senza essere quotate in borsa,  avevano raggiunto una valutazione di almeno un miliardo di dollari.

Aziende eccezionali, di assoluta rarità, e che avrebbero perciò portato tanta fortuna ai loro detentori.

 

Venture capital e aziende start up: come funziona?

Chi ha un’idea, anche se geniale, non va da nessuna parte senza qualcuno che lo aiuti a partire per trasformarla in realtà velocemente e questo “start up” (decollo) difficilmente può avvenire attraverso le Banche ordinarie, naturalmente più orientate ai business tradizionali e alla prudenza.

Succede così che le aziende in fase iniziale di sviluppo, che necessitano di maggiori capitali per sviluppare nuovi prodotti o investire in costose strategie di marketing,  siano attentamente monitorate e selezionate da un’altra categoria di finanziatori, esterni alle imprese, i venture capitalist, detti anche “business angels”: alla lettera investitori in capitale di rischio o “capitalisti di ventura”.

I venture capitalist possono essere anche singole persone, o gruppi associati, che sono costantemente alla ricerca di investimenti promettenti, offrendo capitali freschi in cambio di una partecipazione azionaria nell’azienda, e comunque disposti a correre rischi maggiori rispetto a quelli degli istituti di credito tradizionali, ma con l’obiettivo di ottenere rendimenti molto significativi nel lungo termine e di trasformare il loro cash in “unicorni”.

 

Come si diventa startup unicorno: il fattore tempo

Ottenere lo status di unicorno può essere molto difficile. Stando alle stime, un’azienda ha solo lo 0,000006%  di possibilità (sei aziende su un milione)  di diventare un unicorno e ci vogliono in media sette anni perché una startup nascente diventi unicorno. Sette anni possono sembrare molti, ma se vengono rapportati al periodo che una azienda tradizionale quotata può aver impiegato per raggiungere questo status, la prospettiva cambia.

Questo tempo scorre attraverso costanti “round di finanziamento” durante i quali si passa da una fase di accesso alle prime risorse per supportare il proprio progetto visionario e denominata “pre-seed”, (spesso queste prime risorse arrivano da familiari, amici, e attraverso il passa parola) al vero e proprio “feed”, nutrimento, anche questo comunque quasi mai concesso in base a dati fondamentali o a performance nel breve, bensì nella convinzione (speranza?) di avere individuato una azienda con fenomenali margini di crescita e di redditività tali da portarla in breve a valutazioni da unicorno.

Proprio per questa fretta di crescere, molti unicorni sono nati attraverso acquisizioni, o grazie a progressi e innovazioni tecnologiche che consentono alle startup di svilupparsi e di raggiungere l’agognato miliardo di dollari di valutazione in tempi rapidissimi.

 

L’unicorno che non ti aspetti

E proprio ogni grande ondata tecnologica ha dato vita a uno o più super-unicorni. L’esempio più lampante è stato Facebook, il super-unicorno del millennio, ma anche Spotify e Tik Tok forse ci dicono qualcosa…

La maggior parte degli unicorni oggi appartiene agli Stati Uniti ed ai Paesi Emergenti asiatici: i dati più aggiornati parlano di un totale di oltre 1.200 unicorni nel mondo, di cui 645 americani, 302 cinesi e 113 indiani, ma anche l’Europa ha un centinaio di unicorni, di cui quasi la metà del settore fintech. La maggior parte delle startup unicorno del vecchio continente è nata nel Regno Unito, pensiamo a Revolut e a Sumup, ma rientrano nel club degli unicorni europei, ad esempio, anche la svedese Trusty e la tedesca N26.

 

E l’Italia? Ci sono le startup unicorno italiane?

Il nostro Paese vanta solo pochi casi di aziende made in Italy storicamente valutate più di un miliardo di dollari. Il primo unicorno italiano della storia è stato il sito di e-commerce Yoox, fondata nel 2000 da Federico Marchetti e che nel 2015 è diventata Yoox Net-a-Porter grazie alla fusione con un altro famoso competitor.

Altri unicorni italiani, molto più recenti, sono stati sia Depop, la startup di social shopping per comprare e vendere capi vintage e che ora ha sede a Londra, e la conosciutissima Satispay, che acquisì questo status proprio nel 2022 grazie ad un maxi round di finanziamento di 320 milioni di euro. L’altro unicorno è Scalapay, stesso business dei pagamenti digitali, ma a rate.

In rampa di lancio, a breve, ci sono altre startup italiane che potrebbero raggiungere lo status di azienda unicorno. Tra queste, possiamo citare  Musixmatch, una piattaforma che consente di cercare e condividere i testi delle canzoni, Newcleo, una startup che si occupa di sviluppare reattori con un combustibile a base di rifiuti radioattivi, con l’obiettivo di produrre energia nucleare pulita e sicura e Casavo, una startup che offre un servizio di compravendita immobiliare online e che permette di vendere la propria casa in 30 giorni, senza commissioni e con una valutazione gratuita.

 

L’unicorno “artificiale”… attenzione alle bolle.

In definitiva, gli unicorni sono tutt’altro che rari. Nel 2021 quasi l’8% di tutte le aziende sostenute dai venture capital a livello globale sono state valutate un miliardo di dollari o più.

Nel 2013, quando fu coniata la definizione, nel mondo esistevano solo 40 unicorni mentre oggi si parla addirittura di “dedacorn”, per le startup con un valore di più di 10 miliardi di dollari e “hectocorn” quando superano i 100 miliardi di dollari. Numeri che fanno girare la testa e che stanno lievitando grazie all’avvento, nel mondo della finanza, del comparto dell’intelligenza artificiale.

Nel solo 2023 15 nuove imprese in questo settore hanno raggiunto lo status di unicorno alle quali da poco, in questo 2024, si è aggiunta Evenlabs, specializzata nella sintesi vocale tramite AI.

Si comincia a parlare di “bolla”, ed il fenomeno degli unicorni è sempre più controverso. Una parte degli operatori ritiene che tali aziende siano solo il risultato del progresso tecnologico e dell’innovazione, mentre altri pensano che il loro numero crescente sia un chiaro segnale di una bolla speculativa.

 

Un esempio tutto italiano.

Nel luglio 2019, dopo che era nata per sviluppare nuove tecnologie nel settore delle bioplastiche, anche una azienda bolognese era stata incoronata nuovo unicorno italiano per aver raggiunto il miliardo di capitalizzazione l'anno prima. Plastica biodegradabile: una mission ambiziosa per risolvere problemi rilevanti per il mercato e per la societa, con prospettive di business eccezionali.

Poi un rapporto di un fondo di investimento americano cominciò a parlare di “una grande bolla, basata su tecnologia improbabile, con fatturato e crediti essenzialmente simulati grazie a un network di scatole vuote”. In aggiunta, scriveva sempre il fondo, “non ha ancora prodotto né venduto nulla”, “la situazione finanziaria risulta precaria e la contabilità presenta serie irregolarità”. In questo modo in pochi giorni andarono in fumo circa 700 milioni di euro, in gran parte in mano a piccoli investitori privati.

Vero? Falso? Notizie messe in circolazione ad arte per danneggiare? Ad oggi l’unica cosa certa sono un concordato preventivo che incorpora un tentativo di rilancio ed un processo a carico del fondatore.

Come proprio la mitologia ci racconta, per diventare unicorni bisogna smettere di essere semplici cavalli, bisogna credere di avere veri poteri e lasciarsi andare ai sogni. Ma nel magico mondo della finanza, a volte i poteri sono altri, e l’incantesimo potrebbe non funzionare…

 


Giuseppe Gentili - Personal Advisor

Dott. Giuseppe Gentili

Giuseppe Gentili è un Personal Advisor. Ha ottenuto la certificazione EFPA nel 2012 e dal 1999 è iscritto all'Albo Unico dei Consulenti Finanziari

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